
Sono tornato a casa poco divertito da
Cesena - Lecco, ho acceso la televisione per avere notizie sulle partite della massima serie e mi è apparso un tricolore che sventolava alle note dell’Inno di Mameli:
ALESSANDRO BALLAN, aveva appena tagliato, “vittorioso”, il traguardo iridato di ciclismo su strada (tre italiani nei primi quattro). Mentre a Varese si festeggia per le strade l’impresa italica, a Cesena si cammina a testa bassa per lo spettacolo offerto dai bianco-neri di “patron” Campedelli.
Al … “pedalare” iridato mi è venuto a mente lo spirito di De Feudis che durante la gara col Lecco vedevo aleggiare, sofferente ed invisibile, in mezzo a giocatori dalla natura non dotati di corsa continua, vittime pure di tattiche discutibili. Possibile che uno come lui non possa essere utile ad un centrocampo confusionario come quello veduto? Non avendo controllato le formazioni, ad un certo punto ho chiesto all’amico Carlo:
“Carlo, scusa, ma il numero 10 che giocava le altre volte è infortunato?”, -
No oggi ha il numero 11! - Non è possibile, mi sono detto. Come, l’unico ad avere corsa, controllo e visione di gioco da centrocampista gioca punta? E nella così detta zona nevralgica del campo chi c’è? Giocatori volenterosi, ligi agli ordini urlati di un mister troppo agitato, ma pasticcioni, senza visione di gioco e senza piedi di precisione. Su una impampinata di
Segarelli (neanche da bocciare completamente la sua prestazione) nasce infatti la rete degli ospiti. Allora per rimediare quattro punte! Ma come si fa ad avere pretese da rete se le quattro “offensività” (tre delle quali corpulente e lente) se ne stanno in linea, ferme, con i difensori a mordere i “garretti”? Per creare offesa utile (non del tipo figlio di …) all’avversario occorre che gli attaccanti facciano movimento (avanti- dietro, laterale, diagonale) oppure che abbiano agilità, spalle alla porta, nell’uno contro uno, cosa che è nelle caratteristiche di
Gilardino, non ancora in quelle di
Djuric, Chiavarini, Feretti, Motta (ancora una volta centrale quando si muoverebbe meglio defilato, con penetrazioni diagonali e possibilità di spazio da sfruttare in corsa di profondità). E allora il gol può venire solamente su mischioni (cosa regolarmente avvenuta) da calcio di punizione (ben novanta secondi per tramare la soluzione che poi è solamente un tiro in porta) o d’angolo. Qualcuno già mugugna sul signor
Bisoli, ma non ha ancora capito che il giovane tecnico trae identità dal più navigato signor
Murinho, il quale dirige una squadra che gioca male e porta a casa punti utili. Gli occhi moderni, abituati a vedere entro pochi metri (casa, ufficio, macchina, computer), non vedono più, miopi, le lunghe distanze, così la vista dei calciatori non è abitata a cercare compagni di gioco distanti una trentina di metri, di conseguenza non ci si pone il problema di saper calciare a quella distanza (quante volte il buon
Biserni si è proposto invano in zone dove aveva ettari di verde da poter gestire alla meglio). Lo stesso Lecco (in particolare Sangiovanni - sino a quando è stato del gioco - e Carlini) si è mostrato abile nel controllo col piede della palla, e nell’agilità di movimento, ma quando ha provato i lanci pareva di vedere traiettorie da tiro al volo, dove il pallone fungeva da piattello. Tuttavia, il gioco di rimessa del Lecco mi è parso più onorabile di quello che avrebbe dovuto essere quello del
Cesena, troppo confusionario e con giocatori oltretutto condizionati a parer mio dal troppo urlare di un allenatore che probabilmente avrà capacità, sicuramente inesperienza psicologica (non è bello vedere giocatori più impegnati a guardare il tecnico, insicuri (per avere da lui conferme o rimproveri), che ha produrre gioco , sereni. Il signor
Bisoli, a gol subito, dopo aver tanto gonfiato le giugulari per strillare a destra e manca, si è stranamente zittito per un bel po’. Nella pausa strilli, l’ho veduto grattarsi la nuca come a dire … “
Ma cos’è sto’ casino?”, senza pensare che probabilmente lui stesso ne fosse una concausa. La difesa mi é parsa schierata come a … dovere, ma lontana, spesso, dalle azioni di gioco avversarie. Pur nel rispetto della
“zona”, cosa costa uscire dalle posizioni per andare incontro ai possessori di palla togliendo loro visione e ragionamento e impedendo penetrazioni pericolose (vedi gol subito!).
Ahhh … quanto mi mancano le marcature a uomo e l’uno contro uno … Quanto mi hanno rotto gli schemi … Oramai i tecnici sono più impegnati a dare i numeri (4.4.2, 4.3.2.1,ecc …) che a costruire piedi buoni (già saperli riconoscere sarebbe cosa buona e giusta!). E così, caro
Maradona, se sai giocare nella zona di competenza che ti è stata assegnata con il “3.2.0.4.1” (spero di non aver sbagliato i conti) bene, altrimenti fuori! E pure con due urlacci contro, che scandiscano, udibili al pubblico, la tua ignorante incapacità e la mia maestosa sapienza, così che la colpa sia sempre, solamente, dei giocatori. Ma per piacere! Dove sono finiti gli stop al volo di collo-piede, le “veroniche”, i colpi di tacco, i “tunnel”, le “serpentine”, i “dribbling”. Dov’è finito lo spettacolo del gioco del calcio? Per fortuna esistono i
Giaccherini (che però partono dalla panchina)!
Bene
Biserni, che oltre a tenere con sicurezza la posizione in difesa, corre con diligenza, ma a vuoto perché spesso non ignorato dalla visione periferica di occhi miopi e col glaucoma chiuso (visione laterale oscurata). Per fortuna
Ravaglia si sta mostrando in un brillante crescendo che garantisce sicurezza alla propria squadra: uscite alte sicure, agilità e reattività tra i pali (miracoloso l’intervento a terra su punizione angolata, ad evitare lo scrollo della propria rete), carattere nei confronti dei compagni del reparto difensivo. Ma questo non è bastato a sollevare lo spettacolo di un incontro rimediato per il rotto della cuffia, più da un’opportunità che da un volere organizzato. Così gli unici applausi, ancora commossi, che si sono levati dal “Manuzzi” sono stati quelli alla memoria della signora
Donatella. Occhio signori dirigenti, perché oltre a saper vedere lontano (futuro), occorre anche saper mettere a fuoco da vicino (presente) per salvare i cavoli in tempo utile a non fare morire anche la capra.